COME FOSSILI CRISTALLIZZATI NEL TEMPO

Un documentario senza interviste o voci umane può sembrare un paradosso. Ma d’altronde i protagonisti di questo film sono muti. Enormi scatoloni vuoti, silenziosi ma assordanti nel continuo rimbalzo degli echi di voci, rumori e suoni che li hanno abitati.

Abbiamo dapprima cercato di raccontare le storie di coloro che hanno vissuto e sopratutto lavorato nelle vecchie fabbriche, selezionando e incollando decine di interviste, quasi a comporre un coro-colonna sonora che narrava storie di lavoro, esperienze umane del passato e del presente che si erano svolte in quei grandi e freddi contenitori. Ma, appunto, quelli che dovevano essere i protagonisti del film, gli edifici, diventavano così la scena, l’involucro delle storie degli operai e operaie che li avevano vissuti come casa o più spesso prigione.

Abbiamo quindi cambiato strada, tentando di trovare un modo meno ‘razionale’ per raccontare il vissuto delle fabbriche stesse, attraverso un coinvolgimento emotivo dello spettatore, cercando di rendere le sensazioni che si provano camminando in un lanificio abbandonato conoscendone il vissuto umano.

Il senso di abbandono, di vuoto, di vestigia monumentale, di freddo, di sterilità, di assenza di vita; la sensazione di percorrere un luogo che per qualcuno è stato molto importante, cercando di coglierne una traccia; l’osservazione dei segni che indicano una trasformazione di quegli spazi, una nuova funzione, magari marginale e nascosta ma solo apparentemente inutile.

Il colore livido, la ricostruzione quasi cubista delle fabbriche cercando di renderne la dimensione mentale e surreale, da castello incantato e lugubre a un tempo, in un gioco di scatole-immagini che contengono parti di scatole-edifici; il rumore dei telai, vera voce dei giganti di cemento quando erano ancora vivi, che ritorna come un refrain in mezzo a musiche fatte spesso di rumori, di acqua che sgocciola all’interno e scorre all’esterno, di cinguettii che indicano un riappropriarsi da parte della natura di tutto quello spazio vuoto. Le immagini della città, di coloro che la abitano, delle nuove fabbriche e di quelli che ci lavorano in mezzo allo stesso rumore che rimane nelle orecchie e nel cervello anche all’interno di una fabbrica ormai rudere.

La musica è la vera voce fuori campo che accompagna lo spettatore, commento costante e irrazionale al viaggio, insieme ad alcune brevi frasi scritte che diventano sintetici suggerimenti, quasi titoli di capitoli non approfonditi in modo didascalico ma esclusivamente sul piano emotivo.

E poi due brevi scorci di realtà viva, con le persone al supermercato che per un attimo, in modo fuggevole e ‘televisivamente’ sbrigativo, tentano di dare un senso ai fossili del passato.

Italia / 2001 / 16mm / 42 min.
Regia: Luca Pastore
Produzione: Stefilm/Legovideo/Videoastolfosullaluna
Coproduzione: Rai Sat in collaborazione con Regione Piemonte